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Posted on Ottobre 11, 2017 by dauhaus on Uncategorized

Uno sguardo al passato…”Tutta nostra la città – Scenari di riattivazione della dimensione pubblica tra potere e conflitto” (10 Ottobre 2013 – LOGOS | FESTA DELLA PAROLA)

Pubblichiamo un articolo di Lorenzo Diana (Dauhaus) che riassume il dibattito di “Tutta nostra la città – Scenari di riattivazione della dimensione pubblica tra potere e conflitto”, incontro svoltosi il 10 ottobre all’interno del festival Logos ospitato dal CSOA ex Snia e dal Parco delle Energie.

L’edizione 2013 di Logos – Festa della Parola era dedicata alla parola Città. Al dibattito hanno partecipato, oltre all’autore, Vezio de Lucia (urbanista) Luca Fagiano (Abitare nella Crisi), Luciano Villani (ricercatore di Storia Contemporanea) e Mattia Lolli (3e32, L’Aquila).

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Tutta nostra la città

Scenari di riattivazione della dimensione pubblica tra potere e conflitto

Sintesi dell’incontro del 10 Ottobre 2013
Logos, festa della parola 2013
C.S.O.A. EX SNIA – PARCO DELLE ENERGIE

a cura di Lorenzo Diana (D.A.U.haus)

All’interno delle attività del festival della parola, LOGOS2013, tenutosi presso il CSOA EX SNIA, il giorno 10 Ottobre ha avuto luogo un interessante dibattito sulla città pubblica, sul significato che possiamo oggi attribuire a questo termine, sulle dinamiche in corso e su quelle prospettabili per il futuro.

Tema centrale intorno al quale ruotava il dibattito dunque era il concetto di città pubblica.

E’ bene subito effettuare un chiarimento. Quando parliamo di città pubblica a che cosa ci riferiamo? Ci riferiamo alla proprietà degli oggetti che compongono la città? Alla proprietà dei suoli? Alla gestione degli spazi? All’uso che si fa di un determinato spazio?

Una definizione univoca non risulta semplice e si accavallano diversi livelli di interpretazione.

La città, nella sua totalità, è da considerarsi un bene comune e dunque è già di per sé città pubblica. La cosiddetta “città pubblica” non risulta un sottoinsieme di un insieme più grande ma essa stessa risulta l’insieme più grande. Questo perché i valori pubblici sono quelli fondativi e alla base della città, nata originariamente per superare i limiti dell’habitat individuale ed esaltare la dimensione collettiva, per condividere insieme a un gruppo di persone le difficoltà della vita quotidiana e per superarle attraverso la condivisione di obiettivi, strumenti e spazi. La città risulta così il prodotto della cultura collettiva di un luogo nella storia, con tutte le sue complessità e le sue stratificazioni e integrazioni nel corso degli anni.

Questo chiarimento iniziale, centrale nell’intervento di Vezio De Lucia, risulta importante perché ci fa capire quale importanza e quale ricchezza risieda dietro gli spazi che accompagnano la nostra vita urbana, ci fa capire come l’interesse pubblico e i valori collettivi siano il connotato centrale della città europea e conformativi del carattere urbano. Questo senso comunitario urbano ha da sempre fatto sì che i più grandi movimenti di affermazione dei valori collettivi siano episodi accaduti in contesti urbani, come a sottolineare che la città sia il luogo per eccellenza di presa di coscienza, grazie alla condivisione con gruppi di persone altre, della propria posizione, dei propri disagi e delle proprie aspettative.

Ma questo chiarimento risulta ancor più importante nel contesto contemporaneo in cui la dimensione pubblica della città risulta sotto attacco. La civiltà urbana stessa per la prima volta, afferma De Lucia, è messa in forte discussione da una forte sproporzione di interessi a vantaggio degli interessi privati e da una riduzione della centralità del bene collettivo. “Per la prima volta la tradizione del valore pubblico è messa in discussione”.

Affermata la dimensione pubblica collettiva della totalità della città, si passa a due categorie specifiche del concetto di città pubblica, quello relativo all’uso pubblico dello spazio e dei luoghi di socializzazione e quello relativo al regime dei suoli e alle proprietà.

 

CITTA’ PUBBLICA: LUOGO DELLA SOCIALITA’

La città pubblica è quella città fatta di luoghi pubblici per antonomasia, strade, piazze, giardini e parchi. Sono luoghi di proprietà pubblica, più o meno rilevanti nella loro conformazione fisica, ma che possono perdere rilievo nell’uso collettivo che se ne fa, nei processi di scambio e confronto che avvengono tra le persone. Si viene così a considerare città pubblica, come afferma Luciano Villani, tutto quell’insieme di “spazi urbani dove è favorita la possibilità dell’incontro e del rapporto tra le persone e tra queste e l’ambiente circostante”.

L’intervento di Luciano Villani muove appunto su questo, sulla sottolineatura dell’uso pubblico e sociale che si fa di questi spazi aperti. “E’ in questi luoghi che si attivano processi di scambio interpersonali, che si attivano quelle condizioni che permettono alle persone di attivarsi, di partecipare socialmente e politicamente, dove si forgiano le storie collettive e le identità sociali”. E’ dunque da considerarsi città pubblica quello spazio dove le persone hanno libertà di confrontarsi con altre persone in un luogo fisico dove non interviene la mediazione del privato, del consumo e della mercificazione. E’ importante sottolineare questo aspetto della città pubblica intesa come quell’insieme di spazi pubblici dove l’uso pubblico risulta prevalente rispetto al luogo fisico in sé, perché assistiamo sempre più ad un tentativo di assalto da parte del privato a questi luoghi, trasformandone la propria funzione da luoghi della socialità a luoghi del consumo. Esempi emblematici a riguardo sono le strade e le piazze del centro di Roma prese d’assalto dai tavolini dei vari ristoranti e dei vari bar, così come l’area pedonale di via del Pigneto, divenuta a tutti gli effetti un tavolino unico a cielo aperto.

 

CITTA’ PUBBLICA VS CITTA’ PRIVATA

Chiarito anche questo importante aspetto relativo all’utilizzo del termine “città pubblica” per connotare l’uso pubblico e collettivo degli spazi, si può passare alla parte più cospicua, ovvero quella relativa al regime dei suoli, delle proprietà degli edifici e degli spazi aperti.

Da sempre le città hanno vissuto il confronto tra gli spazi di proprietà pubblica e gli spazi di proprietà privata, gli uni rivolti più o meno a garantire gli interessi della collettività e della socialità e gli altri a garantire quelli dell’interesse privato, del profitto e della speculazione privata.

Roma si dimostra un osservatorio privilegiato, dove i due ordini del confronto tra città del pubblico e città del privato si scontrano profondamente. Il terreno prevalente dove avviene questo scontro è quello dell’abitare e Roma si presta ottimamente a questa duplice lettura: da un lato è la città per eccellenza della città pubblica; dall’altro risulta essere la patria della speculazione sul mattone.

Roma risulta infatti una delle città che conserva più quartieri di edilizia residenziale pubblica in assoluto, i primi in ordine di tempo localizzati a ridosso del centro urbano e poi via via i più recenti verso la periferia. Roma è ricchissima di parti pubbliche, particolarmente rilevanti dal punto di vista architettonico e urbanistico, quartieri volti a soddisfare le esigenze alloggiative delle fasce sociali più deboli e a volte risultati necessari, con i propri servizi, anche a colmare le lacune e le mancanze della Roma Privata. Gli alloggi di edilizia residenziale sociale affittati a Roma a canone sociale da Enti e Aziende pubbliche raggiungono quota 89 096 [1].

Allo stesso tempo tuttavia Roma è la città italiana dove più di ogni altra hanno inciso e incidono gli interessi della speculazione al punto che è stato coniato un termine, palazzinari, per indicare la categoria degli imprenditori speculatori privati del mattone che tanto sono riusciti e riescono ad influenzare la vita politica ed economica della città. E’ interessante notare come il termine, riferito ad un “mestiere” sia legato ad uno specifico tipo edilizio, quello della palazzina appunto, che particolarmente si presta ad ottimizzare il profitti, con risultati estetici il più delle volte modesti. Molti esponenti “anche della sinistra governativa cittadina” afferma De Lucia “sono asserviti a questo tipo di speculazione fondiaria” e il panorama risulta difficile e complesso e richiederebbe tempi lunghi e un impegno profondo per essere affrontato nel modo giusto e per garantire un ripristino della prevalenza dell’interesse pubblico su quello privato.

Nel corso della storia del secolo passato queste due realtà si sono confrontate, sebbene la sfera dell’intervento pubblico ha sempre dovuto operare per arginare la libertà di iniziativa della sfera privata o per colmarne le carenze. Ultimamente la sfera pubblica ha subito una netta regressione e la sua dimensione via via si va perdendo. Le amministrazioni locali non sono più in grado, per la carenza di fondi principalmente ma anche per una serie di questioni altre, di indirizzare le scelte urbanistiche a vantaggio della sfera pubblica e si trovano sempre più spesso ad essere accondiscendenti con i privati, favorendoli. L’inchiesta di Francesco Erbani [2] sul ruolo del costruttore Scarpellini alla Romanina sottolinea appunto i vantaggi ottenuti da un costruttore nella localizzazione delle strutture delocalizzate dell’Amministrazione Capitolina sconvolgendo totalmente gli equilibri tra pubblico e privato presenti nell’Area.

 

IL DECLINO DEL DIBATTITO SULLA CITTA’ PUBBLICA

La situazione che ha generato il contesto attuale, secondo Luciano Villani, deriva da un profondo cambiamento, soprattutto culturale avvenuto nella città. Perché se da un lato la rendita fondiaria e l’influenza dei grandi costruttori a Roma ci sono sempre stati, dall’altro è innegabile che negli ultimi anni è crollato totalmente l’interesse culturale e politico sulla città pubblica.

Nel corso della seconda metà del secolo scorso, le leggi sull’urbanistica e sulla casa muovevano enormi passioni e coinvolgevano moltissime persone. Il centro del dibattito politico e culturale erano quasi sempre le rivendicazioni sul diritto all’abitare. Partendo dai movimenti degli anni ’60 – ‘70 sino a quelli degli anni ’80. Il grande movimento di rivolta del ’68 nasce ad esempio anche attorno ai bisogni della casa. Basti pensare che il 13 Novembre 1969 venne indetto il primo Sciopero Nazionale “per la Riforma urbanistica e dell’Edilizia”. Al contrario oggi, continua Villani, un generalizzato regresso culturale ha fatto si che il tema non sia più centrale, che non sia più interessante come un tempo, e che sia avvenuto questo declino del dibattito sulla città pubblica. Ad aumentare questo disinteresse ci sta anche la strategia politica volta a  indirizzare il risparmio verso l’acquisto del bene casa, generando l’alto tasso di proprietà attuale, fatto che a lungo andare ha fatto scemare l’interesse generalizzato verso i beni pubblici.

Questo disinteresse, sociale e culturale, ha di conseguenza permesso un rilassamento politico, che indirettamente (o direttamente…) ha garantito gli interessi degli speculatori privati.

 

LE RIVENDICAZIONI DEI MOVIMENTI

Il disinteresse nei confronti del tema della città pubblica è leggibile, specifica ulteriormente Luciano Villani,  nella perdita d’efficacia da parte dei movimenti sociali, che non riescono più ad incidere come un tempo con le loro lotte sulle scelte istituzionali. I movimenti della sinistra più o meno rivoluzionaria difficilmente nel corso della storia si sono identificati nella politica della trattativa e della mediazione, tuttavia la loro presenza e le loro lotte hanno sempre costretto le Amministrazioni a confrontarsi con i temi più evidenti emergenti, su tutti il diritto all’abitare e lo sviluppo della città.
E i risultati raggiunti, soprattutto a Roma, sono stati moltissimi:

  • La legge sull’ equo canone del 1977, fortemente criticata dalla sinistra rivoluzionaria dell’epoca, per il fatto che non poteva esserci equità muovendosi all’interno delle leggi del mercato e dove l’abitare veniva visto come un bene e non come un servizio. Questa legge è stata poi utilizzata per risolvere molti problemi, come la vertenza sugli affitti alla Magliana degli anni ’80.
  • Le occupazioni degli anni ’80 delle case di Caltagirone in liquidazione che diedero il via all’acquisizione del Comune di quegli immobili con la conseguente assegnazione agli sfrattati.
  • L’ ordinanza del Marzo 1990, da parte del prefetto Alessandro Voci, in cui si prescriveva che per gli sfratti fosse necessario il passaggio casa per casa e che comunque il 50% del patrimonio pubblico fosse destinato agli sfrattati.

E prima ancora gli esempi di leggi di politica della casa e di urbanistica sono spesso state influenzate dalle contingenze economiche e sociali e dalle pressioni fatte indirettamente dalla popolazione. Interventi legislativi importanti che però sono spesso stati caratterizzati dalla politica del compromesso (al ribasso)  e che hanno quasi sempre cancellato un elenco originario di buone intenzioni, a volte interessanti.

Villani ne cita alcune:

  • la legge che istituì gli ICP, importante strumento per la realizzazione di alloggi popolari ma lasciati indipendenti dai Municipi in modo tale da non coinvolgerli direttamente per non influenzare in maniera netta lo sviluppo urbanistico delle città.
  • la legge sulla Casa 865/71, che avrebbe dovuto essere imperniata sull’esproprio generalizzato ma che in realtà non incise praticamente per nulla.
  • Emblema delle belle intenzioni non rispettate è la nascita e il tramonto, ben lungi dalla sua approvazione, della riforma Sullo del 1962, che tanto avrebbe potuto incidere in termini di politica urbanistica in Italia.

 

L’OCCASIONE PERSA DELLA RIFORMA SULLO

Con la vicenda Sullo, presentata durante l’evento in maniera dettagliata negli interventi di Villani e De Lucia, ci si riferisce al tentativo dell’ esponente della Democrazia Cristiana Fiorentino Sullo di far approvare una radicale legge urbanistica, dai connotati rivoluzionari nel lontano 1962.

Nel 1962 si insediò il governo Fanfani con Ministro dei Lavori Pubblici Fiorentino Sullo appunto. Uomo di origine di sinistra, propose già nelle sue prime ore di attività da ministro la riforma dell’urbanistica. In quegli anni il problema della casa risultava particolarmente drammatico: una grandissima quantità di persone, in conseguenza del boom economico di quegli anni, si trovarono nella condizione di trasferirsi verso città che offrivano maggiori possibilità lavorative.

La proposta cercò di risolvere la questione abitativa cercando di abbattere, nella costruzione degli alloggi, la componente dovuta alla rendita fondiaria, sulla scia delle più illuminate leggi del tempo europee, con particolare riferimento agli esempi scandinavi. La proposta di Sullo consisteva nell’esproprio a valore di prezzo agricolo di tutte le aree che i PRG destinavano all’ edificazione, non sono quelle da destinarsi a edilizia popolare, ma per qualsiasi tipo di espansione urbana. Qualunque area destinata da campagna a diventare città, poteva essere costruita solo se veniva preventivamente espropriata dal Comune e da questo urbanizzata, per poi essere ceduta ai costruttori che sulla base di determinate convenzioni erano autorizzati a costruire le case. Si sarebbe, secondo i proponenti, attuato un abbattimento del costo dell’immobile del 30/50%.

Fu una proposta rivoluzionaria “molto più avanzata delle riforme portate avanti dalla sinistra e dall’Istituto Nazionale di Urbanistica” – afferma De Lucia – che permetteva alle amministrazioni di avere una grandissima forza decisionale nel disegno della città. Su questa proposta si trovarono d’accordo in molti e sembrava avviata con successo nella Primavera del ‘62 al suo iter parlamentare. La feroce campagna elettorale per il rinnovo del Parlamento del 1963 si trasformò presto in un netto attacco da parte delle forze più conservatrici e da parte della destra sia liberale che fascista alla riforma Sullo e alla sua persona privata. La stampa romana, Il Messaggero e Il Tempo su tutti, a cui nel corso dei mesi si accodarono altri organi di stampa nazionali, quali Corriere della Sera e La Stampa, con lo slogan “Il Ministro Sullo vuol togliere la casa agli Italiani” cercò fortemente di difendere i grandi interessi dei costruttori. Ma l’attacco fu rivolto anche agli indirizzi sessuali di Fiorentino Sullo. Fiorentino Sullo era omosessuale e un attacco, nel lontano 1963, su questi aspetti si rivelò centrale per il suo fallimento politico. Il 13 Aprile 1963 Il Popolo (quotidiano della DC) decretò la morte politica di Sullo e della sua riforma, definendo la proposta iniziativa sua personale e non della DC.

Le ragioni secondo De Lucia per cui la riforma Sullo fallì furono principalmente due. La prima fu la mancanza di accordi strategici all’interno del Parlamento: la sua proposta in effetti non ebbe l’appoggio del PCI, che inspiegabilmente restò a guardare, nonostante un suo esponente, Aldo Natoli, anni prima avesse impostato linee di riforma urbanistica sulla falsariga di quella poi presentata dal Sullo. La seconda ragione fu che Sullo non riuscì a trovare alcuno appoggio a livello popolare, né dai piccoli proprietari esponenti della classe media convinti che quella legge lì penalizzasse, né dei movimenti popolari di cittadini che realmente avevano bisogno di un alloggio. Così, avendo contro sia i grandi imprenditori che i piccoli proprietari, non avendo l’appoggio del PCI e dei movimenti sociali, Sullo si trovò solo e in breve tempo abbandonato anche dal suo partito.

L’approfondimento dettagliato e appassionato dei due relatori sulla vicenda-Sullo è risultato particolarmente interessante perché è riuscito a far luce su un avvenimento storico che è quasi sempre dimenticato e che invece può dare una chiave di lettura interessante sui fallimenti attuali.

 

CITTA’ RESIDENZIALE PUBBLICA, SOCIAL HOUSING E RILANCIO DELLE LOTTE LOCALI

Particolarmente significativo in un discorso generale sulla città pubblica è l’approfondimento sui quartieri di edilizia residenziale pubblica, con particolare riferimento all’edilizia sovvenzionata. Il sottoscritto Lorenzo Diana (D.A.U.haus), ha esaminato la questione inquadrandola nel contesto contemporaneo, rilevando il peso attuale dell’edilizia sovvenzionata nella città di Roma cercando di sfatare il mito del social housing.

Il principale errore che comunemente viene fatto è quello di considerare il termine social housing una traduzione tout court di edilizia popolare, facendo parecchia confusione. Con il termine social housing in realtà ci si riferisce ad un determinato tipo di intervento di iniziativa privata, che attraverso particolari convenzioni con l’Amministrazione Pubblica, fornisce alloggi ad affitti a canone calmierato (più bassi di quelli presenti sul libero mercato).

Partendo dalla considerazione che la questione del dover dare una risposta attraverso il social housing alla cosiddetta fascia grigia [3] è di delicata trattazione e più che legittima, tuttavia il social housing, per quanto gli affitti proposti possano essere calmierati, non può e non deve essere considerato lo strumento per risolvere l’emergenza abitativa attuale. L’emergenza abitativa è un problema che interessa la sfera pubblica e solamente una risposta pubblica può risolverlo.

Considerare il social housing città pubblica genera dunque una forte e netta contraddizione alla quale bisogna stare attenti.

Due ordini di considerazioni vengono fuori dal motivo per cui si è deciso di incamerare il disagio abitativo verso il social housing, una di natura economica e una di natura sociale.

Dal punto di vista economico, le casse pubbliche si trovano, così ci è detto, in una condizione fortemente critica e non più in grado di garantire finanziamenti a fondo perduto. In questo modo è praticamente impedita la realizzazione di alloggi di edilizia popolare. Per questo si cerca di coinvolgere il privato che tuttavia si rivolge, per ottenere il dovuto profitto,  ad una fascia di popolazione il cui rischio di insolvenza risulta ridotto, pertanto non alla popolazione dell’edilizia sovvenzionata [4], che verrebbe considerata, dall’operatore privato, un investimento a perdere.

Dal punto di vista sociale è necessaria una lettura un po’ più sottile della situazione e forse anche in linea con il tema del dibattito del rapporto tra potere e conflitto. Con il social housing si annullano sia il soggetto che il luogo del conflitto.

Si annulla il soggetto perché il SH si propone come una risposta “elitaria” al problema casa, in quanto va ad escludere tutta quella parte di popolazione non in grado di sostenere l’affitto, seppur calmierato. Si escludono così i soggetti più subalterni della popolazione, i soggetti più sensibili, consapevoli e coscienti sulla propria pelle del problema abitativo. E di conseguenza i soggetti più attivi e agguerriti. Escludere questa fetta vuol dire escludere coloro che potrebbero generare conflitto etichettandoli come “emergenza abitativa” e trattarli di conseguenza [5].

Oltre il soggetto nel soluzione SH si annulla anche il luogo del conflitto. La città privata, tale è la città del SH, non possiede le prerogative spaziali, proprie della città pubblica, di generare socialità e confronto. Annullando questa dimensione comunitaria della città pubblica di conseguenza si annulla anche la possibilità di creare discontinuità con le imposizioni e quindi di creare conflitto.

L’edilizia sociale nel dibatto culturale e politico contemporaneo viene dunque trattata quasi esclusivamente dal punto di vista del social housing. Si nota facilmente che fuori da qualsiasi discorso rimane il tema dell’edilizia sovvenzionata, considerato un discorso chiuso, come un’entità morta, ma che conta nella sola città di Roma ancora più di 89 096 alloggi [6] (tra proprietà Comunali e dell’Azienda Territoriale di Edilizia Residenziale (ATER) [7] del Comune di Roma). Da uno studio [8] gli alloggi pubblici a Roma sono occupati in media da 2,4 abitanti ad alloggio, per un totale dunque di circa 200.000 abitanti [9].

Al di fuori dei dibattiti sul social housing e di quelli più recenti sulle politiche di rigenerazione urbana dei quartieri ATER [10], è evidente un generalizzato disinteresse culturale nei riguardi dell’edilizia residenziale sovvenzionata e delle sue possibilità di far fronte all’emergenza abitativa. Eppure, al contrario del SH la cui quantificazione della domanda è di assai più difficile determinazione, riguardo l’emergenza abitativa sono presenti dati concreti ed emblematici: le graduatorie irrisolte per le case popolari sono un monito, quelle del Comune di Roma del 2009 parlavano di  1 956 nuclei familiari con 10 punti [11] (sui 9 punti e sugli 8 punti i dati sono più difficilmente reperibili [12]).

Nonostante questo disinteresse, la città sovvenzionata nella città odierna si presenta come un soggetto fortemente presente, con numeri abbastanza importanti a dimostrarlo. E’ un soggetto vivo nella città che caratterizza principalmente il panorama periferico. Se si escludono le produzioni di edilizia pubblica più lontane temporalmente da noi, oramai in posizioni centrali (Garbatella, Testaccio, San Saba su tutte che ancora contano comunque numerosi alloggi in sovvenzionata) e che dei tanti disagi che vivono di certo non vivono quello della segregazione e dell’isolamento periferico, le produzioni di edilizia residenziale pubblica che  principalmente caratterizzano le periferie sono quelle avvenute a partire dagli anni ’70 ed esauritosi con il completamento dei relativi piani urbanistici, che a Roma si concretizzano con il 1° PEEP (varato nel 1964) e le cui realizzazioni si protendono fino agli albori degli anni ’90. Quartieri caratterizzati dal grande segno urbano, dalla grande dimensione e dall’alta densità, e che versano oggi in un avanzato stato di degrado e si allontanano molto dal soddisfare le esigenze della domanda contemporanea.

In questi territori, le cosiddette “zone 167” [13], la presenza dei movimenti risulta più modesta che in passato. Manca una presenza attiva sui territori e non è una sorpresa che spesso nelle zone 167 si sia persa l’agibilità politica. Il rischio è che intere aree popolari di Roma diventino zone di agibilità politica dell’estrema destra, che nella grande tendenza ad impossessarsi delle battaglie altrui, potrebbe far breccia nel deserto odierno. Gli spazi autogestiti presenti nelle “167”, vivi e che contrastano il disinteresse e il disagio quotidiano svolgendo iniziative sociali, culturali e politiche contro il razzismo, il fascismo, il sessismo e che portano avanti le battaglie per la casa, per gli spazi sociali, per la riqualificazione contro le speculazioni (alcuni esempi sono quello di L38, dell’ EX51) vivono situazioni di totale isolamento e godono di scarsa visibilità riuscendo raramente a fare rete in maniera efficace.

Per non cantare il de profundis della città pubblica nella città di Roma e delle relative lotte nelle zone popolari, è necessario un rilancio, una riattivazione di politiche dirette in queste aree, una presenza diretta e forte.

Questo rilancio deve nascere dalla constatazione che la mancanza di un interesse politico e amministrativo a riguardo potrebbe riportare i movimenti ad essere l’interlocutore principale degli abitanti riguardo ai disagi locali, una responsabilità non da poco e che porterebbe anche a stimolare da una posizione di forza le amministrazioni sull’argomento.

Questo rilancio deve nascere dalla considerazione che le ricerche accademiche sull’edilizia pubblica, seppur presenti e particolarmente interessanti, mancano d’ incisività e della dovuta visibilità.

Questo rilancio deve nascere dalla considerazione che non è possibile che luoghi che sono stati spesso la concretizzazione dei successi dei movimenti di lotta per la casa siano oggi un terreno fertile per le politiche becere delle destre razziste e xenofobe.

Questo rilancio deve nascere dalla constatazione che solamente un interesse politico diretto su queste aree potrebbe permettere il sorgere di un forte movimento popolare che rivendichi un contrasto diretto della condizione di degrado e abbandono, che reclami la necessità di collegamenti con il trasporto pubblico, che stimoli l’attivazione di progetti di riqualificazione concreti e che rivendichi la proposta di risoluzione all’interno delle aree di 167 dell’emergenza abitativa. Le aree a cui ci si riferisce si prestano infatti, sia per conformazione tipologica (che genera un utilizzo improprio o abbandono di spazi nelle soffitte e nei piani terra), sia per l’eccedenza di standard urbanistici, ad interventi di riqualificazione che possano comportare diversi e sensati [14] gradi di densificazioni e cambi di destinazioni d’uso.

Ma le modalità di riattivazione di questo discorso politico locale non sono certo semplici e rapide.

Di certo questa riattivazione chiama in gioco tutti i progettisti, i tecnici interessati, i ricercatori che dovrebbero ricominciare a conoscere direttamente il territorio e le realtà locali di lotta, prenderne parte in forma diretta…sostanzialmente partecipare attivamente. Solamente allora si potrebbero prospettare e avviare azioni dirette sui territori volte a scalfire il grado d’indifferenza generalizzato precedentemente descritto.

Riattivato questo discorso si potrebbe partire con una riattivazione artistica, progettuale, attraverso workshop e percorsi di progettazione partecipata per scavalcare il disinteresse politico-amministrativo e riportare nei luoghi consapevolezza e senso di appartenenza.

Il grande patrimonio edilizio presente nelle “167”, produzione come detto caratterizzata da grandi spazi collettivi pubblici (centri sociali, culturali, sale riunioni etc.) nei quali si presupponeva un livello massimo di socialità e che mai realmente si è attivata, vede la presenza di enormi spazi abbandonati o utilizzati alternativamente e che si potrebbero riattivare in maniera diretta. I grandi spazi condominiali abbandonati  (piani terra e coperture), dove non occupati per scopi abitativi, si prestano direttamente ad interventi dimostrativi di riqualificazione, per istallazioni, temporanee o fisse, per l’inserimento di presidi sociali.

 

EMERGENZA E CONTROLLO SOCIALE: IL CASO DE L’AQUILA

Il contributo presentato durante il dibatto da Mattia Lolli, del comitato 3e32, ha fatto chiarezza sulla situazione aquilana, permettendo di comprendere quale legame in quella vicenda lega la risoluzione di un fatto emergenziale con il controllo della popolazione. L’esperienza de L’Aquila risulta emblematica proprio per comprendere come il concetto di emergenza, qualunque essa sia, possa essere preso a pretesto per gestire qualsiasi tipo di questione come un problema di ordine pubblico.

A L’Aquila la logica della risoluzione emergenziale ha permesso alla Protezione Civile e al Governo di poter fare qualsiasi cosa, partendo dalla militarizzazione diffusa del territorio, dalla compressione dei diritti e dalla repressione dell’attivismo nelle tendopoli sino ad arrivare all’imposizione di un nuovo modello di urbanistica dell’emergenza, con la realizzazione delle 19 new towns.

La città pubblica a L’Aquila non esiste più, è stata chiusa, in favore della creazione di nuovi quartieri satellite, uno distante dall’altro, privi di servizi, che hanno stravolto l’assetto urbanistico della città contemporanea e dei suoi sviluppi futuri. Quartieri alienanti, privi quasi sempre di negozi, dove la comunicazione fisica con le altri parti della città risulta subordinata all’utilizzo della macchina e dove dunque le persone prive di un mezzo di locomozione vivono come segregate in un campi chiusi. Quartieri per la cui costruzione tra l’altro gli imprenditori vicini alla Protezione Civile hanno potuto speculare a loro piacimento, gonfiando l’importo dei lavori fino a 3 000 €/mq e facendo così terminare i soldi stanziati anche necessari alla ricostruzione delle vere case tuttora sigillate della zona rossa.

Gli aspetti positivi presentati da Lolli tuttavia ci lasciano un briciolo di speranza. Ci si riferisce agli esempi della piazza autogestita 3e32, prima tendopoli autogestita, dove ci si iniziò ad opporre, proponendo una forma altra, al modello standard di tendopoli militarizzata proposto dalla Protezione Civile. La riappropriazione degli spazi poi andò avanti nel corso del tempo e il comitato 3e32, nato da un bisogno fisico reale, andò via via a crearsi una propria identità politica e di lotta che iniziò a rivendicare il diritto, anche per una cittadinanza “terremotata”, alla città pubblica, agli spazi dello stare, alle strade, alle piazze. E così il comitato 3e32 iniziò quel lavoro attivo sul territorio di riappropriazione diretta, che partì con l’occupazione di una parte dell’ ex-manicomio e con la creazione dello spazio sociale Case Matte fino all’apertura di un nuovo spazio sociale nell’ex asilo comunale abbandonato dal giorno del sisma. La propria attenzione è rivolta principalmente al coinvolgimento diretto della popolazione e ad una loro partecipazione alla liberazione degli spazi segregati. Le battaglie continuano anche al giorno d’oggi, battaglie contro l’amministrazione locale, piegata totalmente agli interessi degli speculatori edili. In linea con quanto accaduto nelle new towns e come conseguenza diretta della connivenza delle amministrazioni con gli imprenditori, L’Aquila ha avuto nel periodo post-terremoto un elevatissimo consumo di suolo, ben al di fuori del perimetro urbano precedente, generando il panorama odierno, quello di una NON-CITTA’, alla quale il 3e32 si oppone giorno dopo giorno.

 

MOVIMENTI SOCIALI, PROSPETTIVE PER UN RILANCIO

Nella dinamiche di opposizione al totale abbandono della città pubblica e dei suoi obbiettivi comunitari, un ruolo fondamentale è quello che viene svolto dai movimenti sociali che all’interno delle nostre città lottano per una città diversa, per il diritto all’abitare e per un modello residenziale diverso. L’intervento di Luca Fagiano (Abitare nella Crisi [15]) fa un quadro abbastanza chiaro sulle vicende romane degli ultimi anni e indica una strategia operativa per il futuro.

Ultimamente a Roma, afferma Fagiano, si è andato nuovamente rinvigorendo, in numero e in forza, il movimento di occupazione abitativa, a fronte degli anni più recenti in cui, sebbene i comitati di opposizione siano stati tantissimi, si era verificato uno sfilacciamento tra le diverse realtà e un utilizzo di strumenti spuntati, quali petizioni e raccolta firme, spesso fine a sé stessi.

Le colpe principali, sottolineate da Fagiano, delle tantissime realtà disseminate sul territorio negli anni recenti sono state le loro collaborazioni con le diverse amministrazioni che si sono susseguite. Questa critica non sta tanto in un’accusa di collaborazionismo, ma meglio in una critica all’aver indirettamente contribuito, con la loro politica d’istanze locali e di pressione sulle amministrazioni, ad alimentare quel modello della trattativa e della vertenza singola, che non ha fatto altro che fortificare il modello di città privatistico proposto dalle amministrazioni e che assolutamente confligge con quello assai diverso per il quale i movimenti di lotta per il diritto all’abitare quotidianamente da sempre lottano. Anche sul PRG i diversi comitati territoriali e le diverse comunità locali sono stati coinvolti, ma in ultima istanza solamente i movimenti di lotta per la casa si sono opposti a quel modello (il modello dell’accordo di programma e dell’urbanistica concertata) che altro non faceva che legittimare speculazioni e cementificazioni generalizzate.

L’idea di fare lobby con le amministrazioni, “di passare attraverso il consigliere amico” – asserisce Fagiano,  per ottenere dei vantaggi o delle modifiche locali a progetti o piani, si è dimostrata perdente. I successi di questa modalità di lotta sono stati minimi e quasi tutte le battaglie fatte con queste forme hanno, in fin dei conti, perso.

Le uniche realtà che sono sopravvissute e che hanno rafforzato le proprie azioni sono state le realtà di lotta autonome rispetto alle istituzioni, quelle realtà di chi aveva messo in campo forme operative dirette, le realtà di coloro i quali sono scesi in campo. Queste si sono rilevate le esperienze che sono andate oltre, anche temporalmente, a quelle dei comitati.

Le diverse realtà di lotta attive sul territorio, nel corso degli anni, si sono spostate dalle istanze per il diritto alla casa verso quelle per il diritto all’abitare, promuovendo forme altre di residenzialità, basate sulla condivisione e sulla solidarietà, sull’integrazione dei servizi sociali con quelli residenziali e sulla politica dell’auto recupero e della ristrutturazione, cercando di costruire attorno al concetto di casa una serie di legami sociali forti e generalizzati.

Quello che va capito è che, secondo Fagiano, in una città in cui da sempre i grandi speculatori privati hanno avuto forti connivenze con i politici di centro-destra o centro-sinistra di turno, l’unico modo per incidere direttamente sulla realtà non è quello della pressione ma quello della riappropriazione degli spazi, diretta e anche dura, perché la città che ci immaginiamo deve necessariamente essere diversa da quella che ci viene offerta e deve essere strappata quotidianamente dalle grinfie dei maestri della speculazione.

Ai migranti che da molto tempo portano avanti battaglie per il diritto all’abitare, ultimamente si sono aggiunti esponenti di ampi settori della popolazione che si stanno impoverendo per via delle politiche di austerità. Tutti i settori sociali coinvolti dalla precarietà aumentano, così come le vittime dalla crisi. Dimostrazione di questo è il fallimento delle politiche di social housing, fallite per una caduta a picco di alcuni settori sociali che si trovano ora senza reddito e che quindi non sono in grado di pagare un affitto, seppur a canone concordato, riscoprendosi così soggetti attivi.

Il sogno e il desiderio di tutti è quello di vivere in una città altra, fatta di condivisione, aggregazione e solidarietà. In quest’ottica gli sforzi fatti dai movimenti sociali risultano importantissimo soprattutto per aver spostato le loro vertenze dal servizio casa, di tipo quasi sindacale e di difesa di vertenze singole, a un discorso più generalizzato di proposizione di un modello abitativo diverso, migliore e ben più articolato, cercando di mettere insieme tutte le diverse opposizioni sociali.

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NOTE

[1] Dato Comune di Roma, III Dipartimento, 2000.
[2] http://inchieste.repubblica.it/it/repubblica/rep-it/2013/07/10/news/la_romanina_il_regno_di_sergio_scarpellini_e_scarpellini_uno_dei_re_del_mattone_a_roma_er_sor_sergio_come_lo_chiamano_t-62760430/
[3] Con il termine fascia grigia ci si riferisce a quelle persone che non sono in grado di sostenere l’affitto o l’acquisto sul libero mercato ma che non rispettano i parametri per l’ingresso in graduatoria per le case popolari)
[4] Con edilizia sovvenzionata ci si riferisce ad interventi di iniziativa pubblica di alloggi poi gestiti dal pubblico stesso offerti alle fasce più deboli della popolazione ad affitti sociali, di molto più bassi dei canoni seppur calmierati a cui si riferisce il social housing.
[5] Interessante riguardo al rapporto tra potere ed emergenza il paragrafo “EMERGENZA E CONTROLLO SOCIALE: IL CASO DE L’AQUILA” (vd. dopo).
[6] Dato Comune di Roma, III dipartimento, anno 2000.
[7] La legge regionale n.30 del 3 settembre 2002 ha trasformato l’Istituto Autonomo Case Popolari della Provincia di Roma in due Aziende Territoriali per l’Edilizia Residenziale (ATER del Comune di Roma e ATER della Provincia di Roma).
[8] Laboratorio CittàPubblica, 2008.
[9] Tutti i dati vanno ridotti di una percentuale dovuta ai processi di cartolarizzazione recenti.
[10] http://www.inarchlazio.it/public/file/2014/13gennaio2014.pdf
[11] Dato 2009: http://www.comune.roma.it/PCR/resources/cms/documents/GraduatoriaDefinitivaRettificata_AssegnazioneCase.pdf
[12] Verosimilmente si può considerare per i 9 punti un valore dei nuclei familiari all’incirca doppio rispetto ai nuclei familiari con 10 punti, attestandosi intorno ai 4 000; per gli 8 punti si può triplicare il valore dei nuclei familiari con 9 punti, attestandosi attorno ai 12 000, per un totale secondo questa stima approssimativa di 18 000 nuclei familiari in emergenza abitativa.
[13] Dalla legge 167/62 che le ha istituite.
[14] Sulle aree di “167” sono presenti diversi programmi di densificazione avviati dall’Amministrazione Comunale e ridotti recentemente di parecchio in numero (ne sono rimasti attivi una decina). Queste densificazioni dei PdZ risultano essere poco incisive in quanto basate su interventi minuti su singoli lotti senza una visione e un disegno coerente d’insieme. Tale problematica risulta dovuta anche alla difficoltà di attribuzione delle aree.
[15] http://www.abitarenellacrisi.org/

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